Claudia Corrent

Neanche il futuro purtroppo è più quello di una volta



“Da qualche parte ho letto che un eremita, che guardava senza pregare la sua clessidra da preghiere, intese rumori che straziavano le orecchie. Nella clessidra egli aveva udito improvvisamente la catastrofe del tempo. Il tic-tac dei nostri orologi è così grossolano, così meccanicamente irregolare che non possediamo più orecchie abbastanza fini per poter sentire lo scorrere del tempo”.
G. Bachelard
(La poetica dello spazio)

La famosa frase di S. Agostino: “io so cos’è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo” rappresenta bene la difficoltà di capirne il suo scorrere.
Noi lo vediamo molto bene attraverso il suo fenomeno più evidente che è il cambiamento. Tutto cambia a prescindere dalla nostra volontà. Lo vediamo nelle stagioni, nel corpo che cresce e matura, è evidente nell’infanzia. Chiaro nella vecchiaia.
Ma è incredibilmente difficile capire cos’è il tempo.

Il tempo per i greci è un tempo ciclico, mentre per cristiani è un tempo compiuto che ha un telos, che consiste nella teofania messianica.
Rovelli, fisico quantistico dice che il tempo non esiste, esso è soltanto in funzione dello spazio: dimenticando il tempo diventa tutto più semplice.

E poi c’è il tempo interno che è differente da quello esterno.

Come rappresentare il tempo quindi?
Nella fotografia è chiara la volontà di immortalare in maniera netta qualcosa che è impossibile da fermare.
Ogni fotografia è un Memento Mori e fare fotografie vuol dire partecipare alla vulnerabilità e alla mortalità, isolando un momento e attestando l’inesorabile finitudine dell’uomo.
E' in questo folle tentativo che risiede qualcosa di magico, che mantiene caratteri di mistero, che appare come parousia, nel suo manifestarsi in modo quasi sacrale e nel richiamare il suo significato altrove.

Queste immagini d’archivio, lavorate e acquisite con uno scanner e con un applicazione tentano di rappresentare il fluire del tempo. Sono immagini di famiglia trovate in un archivio che mi è stato regalato, che tramite un movimento dello scanner acquisiscono nuove forme nelle quali si crea un’immagine completamente nuova.

I ritratti e il paesaggio intorno risultano trasformati, i volti diventano fluidi, in divenire. L’immagine acquista ulteriori significati condividendo l’idea che un’immagine mostra soltanto una parte del reale, e che delle fotografie in fin dei conti bisogna sempre dubitare.

“Perchè le immagini ci tocchino veramente” afferma Didi-Hubermann “bisogna che non siano più quella rassicurante farmacia che la bellezza falsamente promette. Perchè le immagini ci divorino, bisogna che noi le guardiamo come guarderemo uno sciame di mosche che si avvicina: un ronzio visivo che circonda la nostra stessa vocazione a decomporci”.