Claudia Corrent

Claudia Corrent

Per te, per ricordarti spesso

For you, to remember her often
“For you, to remember her often " is a sentence I found on the backside of an old photo, written by a friend of Mirta, one of the women portrayed in these images.
We take photos to remember, to leave a trace of ourselves, of our present and past. Barthes affirmed that thanks to these images we attest to our existence. What we see in the image, therefore, must have existed in some form in front of our eyes. And what if it were not so? If we could use them as a symbolic ground to imagine and create new scenarios?
This work is the result of this research. I worked with archive images, trying to investigate the meaning of private and collective identity. The images narrate my family history, they are of my grandmother, mother and aunt, but they also tell something about Doris and Mirta, women born and raised in the ‘20s and’ 40s, whom I only met through the family albums I was given. I have deconstructed the images from the past and integrated them in new scenery made of modern landscapes, thus playing with the meaning of memory.
There is a word in Hebrew called "Tikkun ", which means "to mend”, to go back in time and repair past events, healing the world from mistakes that were made.
This project aims at the impossible: to make it right, unify different narratives, change the final.

"Per te, per ricordarti spesso "

Per te, per ricordarti spesso è una frase che ho trovato sul retro di una vecchia foto, scritta da un’ amica di Mirta, una delle donne ritratte in questo progetto che si compone da una decina di immagini. Scattiamo foto per ricordare, per lasciare una traccia di noi stessi, del nostro presente e del nostro passato.
Barthes ha affermato che noi attestiamo la nostra esistenza grazie a loro. Ciò che vediamo nell’immagine, quindi, deve essere esistito in qualche forma davanti ai nostri occhi. E se non fosse così? Se potessimo usare il terreno del simbolico per poter immaginare e creare nuove storie? Questo lavoro è il risultato di questa ricerca dove ho lavorato con immagini di archivio, cercando di indagare il senso delle varie identità private e collettive. Le foto narrano della mia storia familiare, dove è presente mia nonna, mia madre e mia zia, ma parlano anche di Doris e Mirta, donne nate e cresciute negli anni '20 e ’40 che non ho conosciuto. Ho deciso di unificare le diverse storie creando nuove immagini, destrutturando le foto del passato, fondendole con paesaggi moderni e nuovi scenari, giocando con il significato della memoria. C’è una parola in ebraico chiamata Tikkun, che significa riparare, tornare indietro nel tempo, riparare cioè il mondo dagli errori commessi. Questo lavoro mira nell’impossibile condizione di sistemare le cose, unificare storie, cambiare il finale.

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